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fidiamo dei nostri amici lettori: niente contrassegno - per
risparmiare - rimessa diretta a mezzo bollettino di n° 10610012
intestato a Scipioni - 01018 Valentano.
Passione, lettura
& goliardia
La
nuova intervista all'editore Scipioni
a cura di
Paola Di Giampaolo
della redazione di Alice.it
Prima di addormentarsi Montanelli trasferiva due volumetti della
collana "Curiosità del Giardino di Epicuro" dalla scrivania
al comodino da notte...
I PIONIERI DELL'EDITORIA ITALIANA
Metà
dei volumi in vendita nelle vetrine delle
librerie porta i nomi di Salani, Mondadori e
Rizzoli.
Tre garzoncelli, allergici ai banchi di scuola,
semianalfabeti, hanno contrassegnato la cultura
italiana del’900 , fino a diventare gli artefici
dell’ editoria contemporanea.
Adriano Salani, il
precursore, era nato nel 1834. Dopo la prima
classe elementare lascia la scuola e,
sbarazzatosi del sillabario, diventa lettore di
libri. A tredici anni (“per vivere”, dirà poi)
va come garzone di bottega presso un tipografo.
Appreso il mestiere, prende in affitto un
fondaco, ci infila dentro un torchio di legno,
una cassetta di caratteri mobili e nasce così,
nel 1862, la Casa Editrice Adriano Salani. E’ il
primo tentativo, riuscito, di divulgazione
editoriale di massa. Quei piccoli libri della
Biblioteca Salani, con le loro edificanti e
coinvolgenti storie in ottava rima, hanno
scardinato la cultura elitaria e mummificata
dell’epoca.
Determinanti per il successo della Salani e per
l’incremento della lettura, furono i romanzi
popolari della Carolina Invernizio. Anche se
l’esito lusinghiero non durò a lungo. Infatti
all’alba della seconda guerra mondiale ai torchi
mancò l’inchiostro e cessarono di gemere.
La crisi si trascinò fino agli anni ’80, quando
la casa editrice fu rilevata dalla Longanesi di
Mario Spagnol, l’editore che ha restituito
dignità alla vocazione popolare della Salani,
pubblicando in Italia la saga di Harry Potter.
Oggi la “Adriano Salani Editore” è parte della
Holding nata nel 2005 dalla confluenza di
interessi e passioni delle due famiglie
protagoniste dell’editoria italiana: Mauri e
Spagnol. E’il GeMS, gruppo editoriale Mauri
Spagnol, che comprende gli editori Salani,
Longanesi, Garzanti, Guanda, Tea, Corbaccio,
Nord, Ponte alle Grazie (circa il 9% della
produzione libraria nazionale).
Arnoldo Mondadori, il
più addottorato dei tre, consegui’ la licenza
elementare. Iniziò la carriera come librivendolo
ambulante, trascinando per le vie di Milano un
carrettino colmo di libri, avamposto del più
grande impero editoriale italiano.
La casa editrice nasce cento anni fa (1907) con
la pubblicazione del periodico socialista
“Luce”. Quattro anni dopo vede la luce anche la
prima collana di libri, “la lampada”.
Nel 1933 è la volta della storica collana
“Medusa”.
Per meglio comprendere le varie fasi di crescita
della più grande holding editoriale nazionale
costituita da Mondadori, Einaudi, Sperling &
Kupfler, Piemme, Le Monnier, Frassinelli,
Electa, e che immette sul mercato quasi un terzo
della produzione libraria, è necessario
conoscere le tappe che hanno portato Mediaset
(Berlusconi) ad esercitare il dominio su un
impero di sì vaste proporzioni.
In principio c’è Adriano Olivetti che nel 1955
fonda la società “L’Espresso”, trasformatasi in
seguito (1975) in “Editoriale L’Espresso” .
Protagonisti dell’operazione: Caracciolo, De
Benedetti e Scalfari.
Nel 1976, da una joint venture tra Mondadori e
L’Editoriale L’Espresso nasce il quotidiano La
Repubblica.
Nel 1988 De Benedetti scala la Mondadori. Poco
dopo Scalfari e Caracciolo vendono le proprie
azioni alla Mondadori. Berlusconi era, allora,
in minoranza.
Per un breve periodo Panorama e L’Espresso
ebbero un unico padrone. Il connubio si rivelo’
un boomerang.
La pentola della politica intanto bolliva.
Forlani nel 1989 disarciona De Mita. Prende
corpo il patto d’acciaio tra Craxi,Andreotti e
Forlani, tramandato come il “Caf”. A gennaio del
1990 Berlusconi sferra l’attacco decisivo alla
Mondadori, finché riesce ad avere la meglio e
insediarsi alla Presidenza.
Nel 1991, dopo una lotta al coltello, De
Benedetti e Berlusconi giungono alla pace di
Segrate: L‘Editoriale L’Espresso”(tra cui 15
quotidiani, kataweb e radio dj)” a De Benedetti,
Panorama e il gruppo Mondadori a Berlusconi.
Angelo Rizzoli si
fermò alla quarta elementare. La condizione di
orfanello non gli ha impedito di rivelare la sua
indole generosa. Giunse tardi all’editoria, e
dopo una serie di umili lavori, fu lo stesso
Mondadori a dargli la possibilità di pubblicare
la prima rivista, “Novella”, con la quale iniziò
l’attività editoriale.
Alla sua morte subentrò nell’impresa editorile,
che comprendeva anche il “Corriere Della
Sera”,il figlio Andrea e successivamente il
nipote “Angelone”, marito di Eleonora Giorgi.
A seguito di una situazione finanziaria
disastrata, negli anni 80 Angelone cedette
l’intera impresa al “Banco Ambrosiano” di Gelli
e Calvi.
La magistratura ne decreto’ la banca rotta e il
consequenziale arresto di Angelone e Bruno
Tassan Din (direttore generale).
Delle varie librerie dislocate sul territorio
nazionale rimane alla Rizzoli soltanto quella di
Milano, tutto il resto e’ passato
alla”Feltrinelli”.
Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, i due
dioscuri nati nello stesso anno (1889), muoiono
insieme dopo 81 anni: simul stabunt simul
cadent.
L’avventura dei due illetterati talent scouts è
ancora in corso, anche se gli attuali
protagonisti non possono certo dirsi gli eredi
di quello spirito pionieristico che ne ha
stigmatizzato gli esordi.
Ai nostri giorni le sorti del “Gruppo Rizzoli”
sono in mano ai magnati dell’industria e della
finanza. Ligresti, Pesenti, Mediobanca,
Assicurazioni Generali, Tronchetti Provera sono
i nuovi padroni della “RCS” che comprende le
case editrici Bompiani, Fabbri, Sonzogno,
LaNuova Italia, Calderini Edagricole e Sansoni,
oltre alla Rizzoli (con circa il 13% della
produzione libraria).
I tre gruppi, GeMS - Mondadori - RCS, detengono
il 50% del mercato librario italiano.
Raccontata brevemente la storia delle imprese
editoriali che comandano in Italia, s’impone
qualche considerazione:
Salani, Mondadori e Rizzoli dopo aver creato un
Impero di carta sono andati incontro al
fallimento economico, perché la cultura spesso
non è remunerativa, non ha una piazza negoziale,
non è un prodotto di massa monetizzabile.
I castelli si costruiscono con calce e cemento.
Si può utilizzare anche la carta, certo. Ma al
primo spirare di vento contrario vengono
spazzati via.
Il potere dei libri è tutto all’interno della
mente e dello spirito. Il libro “fatto” può
anche rifare la gente (impresa sempre ardua,
come asseriva il Giusti: “fare un libro è men
che niente \se il libro fatto non rifà la
gente”) ; ma pensare che si possa diventare
Berlusconi inventando , stampando e vendendo
libri è la più crudele vendetta che un
implacabile nemico possa infliggere ad un uomo.
E’ facile imboccare questa strada, perché appare
radiosa ed esaltante; difficile è ritornare
indietro o cambiare rotta.
Tre illetterati artigiani, animati da fervida
fantasia e dal gusto di conoscere e di fare, pur
snobbando la scuola come istituzione , sono
stati il sale della sapienza e il lievito per
gli scrittori e artisti del nostro ‘900. Hanno
dimostrato che senza scuola si può vivere, non
senza libri “La scuola – diceva Prezzolini,
autodidatta – sta alla cultura come il
matrimonio sta all’amore”.
La scuola pubblica è moribonda negli Stati Uniti
(due milioni sono i ragazzi che si servono di un
precettore privato), presto la moria si
estenderà anche in Italia. Precedenti illustri
non mancano: Piero dè Medici, Leopardi,
Prezzolini, Papini…Gianni Agnelli non sono
andati a scuola. E per questo si vorrebbe
mettere in discussione il loro talento? E
ancora: questi ingegni avrebbero potuto
manifestarsi ugualmente se fossero stati
obbligati a frequentare la scuola?
…La cultura è un bene, un valore sommo. Ma anche
una conquista che implica rinuncia. Conquista
non disgiunta dal godimento dell’intelletto. Si
promuove solo con la testimonianza e con l’amore
per il sapere. L’innamoramento è contagioso.
Guai a volerla sostenere con i contributi
finanziari da parte dello Stato.
Un editore è in crisi? Provi a cambiare linea e
programmi. Continua ad essere in crisi? Non
ignoro il coraggio che viene richiesto in questi
casi, ma ci risparmi le invocazioni di aiuto e
si dia da fare per convincere la gente a
comprare e leggere i suoi libri. E se proprio
nessuno vuole leggerli, cambi mestiere.
Eviterebbe almeno di dannarsi l’anima. E’stato
infatti scritto: “gli editori sono creature del
demonio. Esiste un inferno apposta per loro”.
C’è un giornale che vende poco? Male! Dove sta
scritto, però, che deve essere pagato con i
soldi dei contribuenti?
Non sarebbe un sacrosanto dovere di un governo,
che si vanta di esser popolare, cancellare dalla
Finanziaria quella stramaledetta legge che
concede settanta milioni di Euro agli azionisti
dei quotidiani?
Al cittadino non si può far passare impunemente
la legge che consente al deputato o senatore
della Repubblica di costituire una cooperativa
per acquisire il diritto ad avere il suo bravo
quotidiano pagato con i nostri soldi.
Un esempio per tutti: Gianni De Michelis stampa
un quotidiano, “Il Socialista Lab”, organo del
suo partito, il nuovo Psi, nella tipografia di
Grotte diCastro (VT). Tiratura: 1000copie non
distribuite. Lo leggono in due e lo scrivono in
tre. Ma lo Stato versa oltre cinquecentomilaeuro
ogni anno alla proprietà, che naturalmente è una
cooperativa, come vuole la legge.
E Pantalone continua a pagare, sempre più
mazziato e cornuto.
E' gradito un tuo commento.
Scrivi qui il tuo parere.
Scusate, ho sbagliato tutto; state facendo un guerra fra editori.
dell'informazione, ed intendo la pura informazione, apolitica,areligiosa ecc. non ve ne frega un c....!
Chiedo scusa!!
Ma appartengo ad un altro mondo!!!
Continuate a scannarvi per i soldi!!!
L'informazione la troveremo comunque; nonostante Voi!!!
Non dimentichiamo €.50990.900,04 dati a l'Avvenire solo nel 2004 ex lege 250/90 art.3, c.3 ed €.3.674.733,28,sempre nel 2004 ex lege 250/90 art3 comma 2 bis,che si dividono la miriade di opuscoli diocesani spesso aventi stessa sede, stesso numero di telefono e stesso direttore!!
es. SDN Stampa Diocesana Novarese, con L'Azione,L'eco di galliate, L'informatore, Il popolo dell'Ossola, Il Monte Rosa, Il Ricreo, il Sempione, Il Verbano per non parlare della Periodi S. Paolo srl (Famiglia Cristiana, Jesus, Il giornalino ecc. per oltre €.500.000 !!)
Fonte Ministero dellìInforfazione.
Salutissimi
Si, va be', ma l'Avvenire che non è una coop bensì una Spa si fotte,annualmente,5.990.900 euro!! e le altre editrici cattoliche non ti dico! Sai come puoi controllare. Di più,si fottono anche i finanziamenti da Regioni, Provincie e Comuni ( ah! le scatole cinesi!! ) tutto sul web, basta saper cercare, ma innanzitutto basterebbe volerlo!!
saluti
Il servizio di vendita di libri presso Leporello è nato per fornire ai lettori romani la facilitazione di trovare tutti i titoli del Giardino di Epicuro, pronti da sfogliare, evitando loro il fastidio della fila alle Poste per il pagamento. Il servizio è su base amichevole, non aziendale, purtuttavia funziona nel rispetto delle regole, per cui i libri venduti vengono segnalati all’editore il quale fa a sua volta ciò che deve fare. Se il sig. Alessandro Senzacognome ricorda bene, ho perso tempo a elencare in agenda i 18 libri che egli ha acquistato e che poi sono stati comunicati all’editore. Il negozio Leporello non ha i libri a magazzino, li ha in conto deposito, per cui non può fatturare ciò che non ha acquistato. Può invece farlo l’editore Scipioni, cui il sig. Alessandro Senzacognome avrebbe dovuto rivolgersi per telefono e non sul forum. Comunque, a seguito di questa esperienza (non ho ancora rilasciato ricevute perchè nessuno me ne ha mai fatto richiesta), ho provveduto a dotare il negozio Leporello di un timbro della casa editrice e di un blocchetto ricevute per soddisfare eventuali future richieste. Il sig. Alessandro Senzacognome è il benvenuto a negozio, ce ne vorrebbero molti di clienti come lui, poiché credo che la sua necessità di scaricarsi i libri (che ricordo mi ha raccontato di voler regalare a un amico) abbia avuto l’esito che desiderava. Volemose bbene, che gnente ce costa...
Questo messaggio è di
una libraia
Sappia il solerte e ligio signore che i libri non sono soggetti a scontrino fiscale. Quindi non gridi all'untore.
Anita libraia
Questo messaggio è di
Scipioni
Caro Alessandro,
Leporello è un amico che vende libri, nel suo negozio, per mio conto. La vendita a lei effettuata mi risulta dalle comunicazioni di Leporello. Come sempre, ogni libro venduto ai privati , è registrato, nei libri contabili, dal mio commercialista.
Per sue esigenze sono a disposizione per la fattura. Non ha che da comunicarmi i dati fiscali in proposito.
Mi spiace dover replicare alla sua legittima richiesta, attraverso questo forum.
E chiedo scusa anche per l'inspiegabile risposta da parte di Leporello.
Questo messaggio è di
caro scipioni invece di impartire lezioni di moralita al mondo editoriale perchè non rilascia ricevuta fiscale all,acquisto dei suoi libri. Ne ho comprati 14 da Leporello e mi è stato detto che mai è successo di rilasciare una ricevuta Predichi meno e come tutti paghi le tasse Alessandro D.
Questo messaggio è di
Giusy
Scipioni, quando pensi di deliziarci con un altro pezzo dei tuoi "librivendoli"
Questo messaggio è di
Montesquieu
Io sono un liberticida come tu sei una liberale, cara Alesia.
Ho constatato "de visu", negli anni '80, come in nessun posto del pianeta terra, come in Unione Sovietica, funzionassero a dovere la Sanità, l'Istruzione e le Fognature. Questa eccellenza dei meccanismi istituzionali non ha impedito di apprendere universalmente che la vita, in quell'eldorado, sia sia rivelata una nauseabonda "fognatura".
Questo messaggio è di
Alesia
Ciao Montesquieu, ci sei ancora?
Continuiamo l’avanspettacolo, di tanto in tanto, a margine. Non abbiamo niente da fare, abbiamo un pubblico che ci osserva e sei così carino con me, non chiedo di meglio!
Io sono davvero un lupo, per te.
Che bell’agguato mi prospetti. Tu che ti avvicini al mio bosco con il cestino per la nonna, raccogliendo fiorellini. Io che ti suggerisco la strada più lunga e mi precipito a camuffarmi da nonna con scuffiotto e camicia da notte… per sbranarti meglio.
Ma tu non puoi non aver già paventato al destino dantesco che ti si potrebbe disporre.
Anch’io avverto chiaramente la tua appartenenza di branco, pipina e subdolamente avara… chercuta e soverchiante.
Su questo monito ti invito di riflettere, fino a romperti la testa.
E aggiungo, sei superficiale come un’etichetta. Con il tuo pseudomoralismo riusciresti solo a far dilagare una torma di intellettuali che trovano più comodo scrivere elzeviri e cherilei, anziché occuparsi di leggi sanitarie, istruzione, acquedotti e fogne.
La tua idea libertaria di statizzazione dei totalitarismi individuali si commenta solo così: sei un liberticida! A presto.
Questo messaggio è di
Franco Morettini
Comunque sia 70 milioni di euro sono una cifra non indifferente e che se oggi è stanziata per l'editoria, domani potrebbe essere spostata su altre voci come ad esempio gli armamenti o per le municipalizzate, allora dovremmo (a mio avviso) fare pressione su questo governo "progressista" che continui a stanziare soldi per la cultura ma farlo in maniera più equanime e meno politicizzata, evitando di sponsorizzare la cultura ufficiale, che non ha certo problemi economici, come dice giustamente Scipioni, ma ridistribuire le risorse sempre finalizzandole alla cultura, aiutando le nuove voci indipendenti.
Questo messaggio è di
LucaS
Sagge parole, Franco. Penso solo sia molto utopistico concretizzare un tale obiettivo... cercherebbero tutti di essere di nicchia.
Un commento più ampio e più inerente i "librivendoli": proprio internet potrebbe veicolare contenuti non prediletti dalle "major" editoriali. E di fatto lo fa, ma ancora con qualche problema su fonti e attendibilità dell'informazione. Problematica che comunque riguarda emittenti anche più accreditate e vassalle di qualche feudatario.
Inoltre ci sono molte piccole case editrici che perseguono culture non sostenute da padrone alcuno... con lo svantaggio intrinseco di non essere dal padrone foraggiate e diffuse.
L'importante è fare sì che la voce non conformata continui a esprimere la sua opinione.
Certo che il "caso" De Michelis fa pensare, tantopiù che la famiglia De Michelis era già ben presente nel mondo dell'editoria con la Casa Editrice Marsilio quindi si poteva stampare il Socialita Lab a spese proprie senza interventi statali, ma si sa che sui soldi non ci si sputa o non olet come disse l'Imperatore Vespasiano.
Il denaro pubblico, a mio avviso potrebbe comunque essere un incentivo o una salvata per riviste "di nicchia" che non riescono a sostenere i costi dell'editoria ma che se spariscono tolgono comunque una voce, spesso alternativa, alla grande editoria.
Questo messaggio è di
Demetrio Pianelli
I due falsi duellanti sicuramente campano di rendita. Si capisce che non sono assillati dal lavoro quotidiano che sa tanto di sale. Possono infischiarsi di "tirare quattro paghe per il lesso", come è nel destino di molti. Possono tranquillamente oziare. Li invidio.
Questo messaggio è di
Montesquieu
Rieccola, la partigiana! Ho capito che ti senti parte di uno schieramento, una fazione (posso anche indovinare quale) della società in cui vivi; credi che sia buono e giusto combattere per i "valori" della tua parte che vorresti diventasse maggioranza, per imporla - democraticamente - a tutti. Io ho perduto il gusto di schierarmi per le fazioni. Voglio il tutto. E - si parva licet componere magnis - "faccio parte per me stesso".
Conseguentemente, alle varie fazioni o partiti -come vuoi chiamarli - non vorrei dare i miei soldi. Non ne vale la pena.
Questo messaggio è di
Alesia
Caro Montesquieu,
ho un problema. Non mi sento un lupo. Sospetto un fraintendimento reciproco o un travisamento delle mie parole. Sospendi temporaneamente il giudizio e aiutami.
Ti va di riscrivere tu, con le tue parole, quello che hai capito abbia scritto io? Come se tu dovessi spiegare ad altri i miei pensieri?
Fai questo sforzo, altrimenti resto con l’impressione di due “monologhi” che si alternano e non di un dialogo che prende forma.
Poi, se veramente hai capito quello che volevo dire e per te chi la pensa come me è un lupo, getterò le armi, come nella disfatta del mio nome. Grazie.
Questo messaggio è di
Montesquieu
Alesia, tu ed io possiamo pensarla diversamente; e in ciò nulla di male. Ma quando tu smetti di cercare il vero e il buono, cioè quando non sei mossa dal disinteresse personale o di clan, diventi un lupo per me. Ciò accade ogni volta che uno, per motivi preconcetti, vuol far valere l'interesse di parte su quello pubblico. E così "un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene".
Questo è liberalpopulismo, individualismo, egoismo. Pericoloso. Come è pericoloso foraggiare i partiti in nome della democrazia.
Questo messaggio è di
Alesia
Volevo essere provocatoria verso Aurelio, forse non sono riuscita ad essere chiara.
Cos'è il pluralismo, se non l'insieme di parti?
Avanti, fatemi esempi concreti di cultura universale che non sia mai - direttamente, indirettamente, trasverlamente - riconducibile ad una ideologia "di parte".
Per quanto mi sforzi, non mi viene in mente nulla.
E a Zucchelli, l'innamoramento è sì uno stato di grazia, ma la fedeltà in quanto tale mi sembra più da bigotti. E sempre a Zucchelli, quanto illiberali i tuoi criteri...
Questo messaggio è di
Montesquieu
Alesia, tu stai cambiando le carte in tavola.. La cultura è dello spirito (una "grazia"), la povertà è della carne (una condanna spesso immeritata). Chi nasce miserabile o ci diventa per le imponderabili vicissitudini della vita, necessita di tutto l'appoggio materiale e morale di uno Stato di diritto. Altrimenti c'è la giungla.
Anche l'incolto va aiutato. Si discute se l'aiuto va portato con gli euri, ed in favore di chi devono essere erogati.
Questo messaggio è di
Alesia
Anche un giornale dei poveri sarebbe di parte. I poveri stessi sono una parte della collettività. E' scandaloso aiutarli con i soldi di tutti. Giusto, Aurelio?
Questo messaggio è di
federico zucchelli
La cultura è come la fedeltà: innanzitutto una grazia. Non si può pretendere, dunque, che tutti la possiedano. Si deve esigere, invece, che non divenga oggetto di mercanteggiamento . La cultura non ha prezzo, ma il beneficio incommensurabile di colmare gli spazi vuoti della propria esistenza. E’ il miglior antidoto contro il male di vivere e un modo molto efficace per impiegare il tempo libero.
Finanziare la cultura, tuttavia, si può, anzi si deve. E’ necessario però essere piuttosto selettivi. I soldi, a mio avviso, dovrebbero andare a chi promuove veramente la cultura, ovvero crea nuovi lettori.
Dovrebbe anche essere assicurato un tetto minimo di finanziamenti a:
1) le case editrici che tolgono dalla naftalina importanti e meritevoli scrittori del passato, adesso dimenticati, ripubblicandoli ( un esempio: Massimo Bontempelli. Paolo Monelli, ecc)
2) Case editrici che cercano di inserire nel grande business delle vendite, scrittori italiani, in alternativa ai soliti stranieri ( anglosassoni soprattutto) di successo, favorendo così (e con opportune iniziative) la promozione della letteratura italiana nel mondo.
Questo messaggio è di
Aurelio
Anch'io vorrei inserirmi nella discussione sul finanziamento pubblico all'editoria.
Il problema si potrebbe porre anche così: è lecito sovvenzionare con i soldi di tutti i partiti che sono soltanto una parte - a volte anche piccolissima - della società civile?
Che cosa sono i partiti se non delle lobbies che perseguono strategie economiche e finanziarie?
Non mi appare cosa buona che gli intenti di sopraffazione alla base delle camarille, eufemisticamente chiamate "partiti", ricevano i soldi che sono di ciascuno di noi. Il partito è per definizione "partigiano".
Abbiamo assistito, nei giorni passati, ad una paradossale e comica situazione prettamente italiana: i giornalisti sono scesi per vari giorni in sciopero perché malpagati. E lo Stato che cosa ha fatto e continua a fare? Distribuisce i nostri soldi ai padroni dei giornali, alle società editoriali
Ho seguito la discussione e mi inserisco in punta di piedi.
Lei sostiene che l’editore Scipioni vive in un’altra dimensione e che siamo immersi in una realtà quasi disperante, per cambiare la quale bisognerebbe riuscire ad impossessarsi delle leve del potere, altrimenti ogni azione e ogni discorso si riducono solo a pura teoria, forse anche un pò sciocca e vacua. Mi creda, condivido totalmente questa profonda rabbia, perché vivo le conseguenze delle logiche omologanti, ignoranti e a volte arroganti da cui siamo circondati, sulla mia pelle e assisto spesso sconcertata e disgustata al modo in cui vengono calpestate la dignità, l’intelligenza, l’iniziativa, la creatività quotidianamente.
Forse se le dico dove ho lavorato negli ultimi 13 anni potrà capire a cosa alludo. Sono una semplice, ma orgogliosa bibliotecaria. Professione totalmente ignorata, se non addirittura deprezzata o “disprezzata” in questo Paese. In fondo mediamente nelle biblioteche vengono inviate le persone più inette o svogliate, invece di destinarvi le energie e le menti più acute e vivaci. Non ho scelto questa professione, l’ho incontrata e conosciuta per caso dopo la laurea e me ne sono innamorata, cercando di qualificarmi ad alti livelli per poter svolgere al meglio questo lavoro. Ho capito subito, che la mia strada sarebbe stata in salita, ma ero giovane e testarda. Ho cercato, perciò, di far capire l’utilità di questa attività di servizio e il valore della conoscenza di cui si faceva portatrice nei contesti lavorativi nei quali mi sono trovata a svolgere questa attività. Inutile dirle, che ho incontrato molte resistenze mentali, alcune volte apparentemente insormontabili, altre realmente insuperabili e sono stata costretta spesso a condividere con persone totalmente incolte e, come spesso accade, anche presuntuose il mio tempo, il mio impegno e la mia capacità d’iniziativa, faticando già solo per far accettare agli altri una visione gradualmente diversa delle cose.
Ne ho ricavato solo qualche attestazione di stima, nessuna gratificazione economica e tante amare delusioni e ingiustizie.
Mi creda, nessuno come me, in questo momento, può capire il suo sfogo, sapesse quanto sarebbe amaro anche il mio, specialmente in questo momento, in cui continuo ad assistere sofferente alle follie e ai deliri di un mondo lavorativo che non ha più rispetto per il merito, l’impegno, la serietà e in primis la cultura, ma tende ad appiattire e annullare tutto e tutti.
Eppure anche se sono provata, non voglio sentirmi vinta, ma non mi aspetto più ormai nulla dalla classe dirigente. Forse è vero, la visione dell’editore Scipioni è folle, ma sono i folli che hanno cambiato questo mondo, non i savi. Lui rappresenta l’illusione o la speranza (la chiami come vuole) che si può fare ancora qualcosa per cambiare questa realtà, senza dover scendere a compromessi, senza dover rinunciare a se stessi e ai propri principi. E’ un’eccezione, è vero!
Lei sostiene che non deve essere considerato negativamente il principio del finanziamento pubblico, ma le sue modalità di distribuzione, ma tant’è le modalità seguite nel nostro Paese sono queste. A questo punto un finanziamento del genere, lo condividerà anche lei, non solo non serve, ma è addirittura dannoso. A queste condizioni sarebbe preferibile abolirlo, almeno così tutti giocano alla pari, cioè senza sussidio statale. Soltanto così sarebbe possibile capire chi veramente è in grado di proseguire la propria attività, adoperando l’ “ingegno” senza scorciatoie e senza “aiutini”. La tragedia del nostro Paese, infatti, è sempre stata quella di non aver mai generato una “vera” classe imprenditoriale, ma di averne allevata una continuamente assistita con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, nonché quello di aver accettato certe logiche.
Lei dice bene. Bisogna sedersi al tavolo e giocare, non lavorare di fantasia, sognando un mondo che non esiste. Lei, però, sa perfettamente che attualmente le regole sono queste e se si vuole sperare di ottenere qualcosa a queste bisogna adattarsi. Ma mi domando fin dove sarà giusto spingersi?
L’importante è sostenere la cultura? Il fine giustifica i mezzi? Nessuno dice che si debba disdegnare qualsiasi forma di sostegno economico per principio, ma tutto dipende anche da se e quale sia il “prezzo” da pagare per raggiungere quel fine.
Credo che sia più che legittimo augurarsi una presa di coscienza del valore della cultura da parte della classe dirigente, ma come diceva Josif Brodskij “cercate di non fare troppo conto sui politici... non tanto perché sono ottusi o disonesti, come sono, infatti, abbastanza spesso, quanto perché il compito che li aspetta è troppo grande, anche per il migliore fra loro... su questo o quel partito, su un'ideologia, un sistema politico, un progetto di sistema”.
Non credo ci sia una sola strada da percorrere, i modi in cui si può tentare di “reagire” possono essere tanti, forse l’editore Scipioni ne ha trovato uno, il suo, un pò utopistico che non tutti possono riprodurre forse, ma che ci permette di capire che “chi non ha mezzi, adopera ingegno”, recita un detto popolare. Forse ognuno deve trovare il suo modo per non piegarsi al sistema, deve “adoperare il proprio ingegno” per trovare soluzioni alternative, per vivere in maniera dignitosa in questa realtà, ma soprattutto condividere idee e iniziative con altre persone che hanno i medesimi obiettivi per riuscire concretamente a cambiare una certa mentalità, sempre più invasiva.
Questo messaggio è di
Facta, Roma, 1922
La fame di conoscenza può chiamarsi anche ricerca.
Lo spieghi lei, ai ricercatori precari delle università italiane che il loro appagamento intellettuale è più gratificante di una paga dignitosa, che possono ringraziare per la fortuna di lavorare in un paese culturalmente molto più avanzato delle troglodite nazioni europee che offendono i propri ricercatori con vili 3.000,00 Euri al mese.
A me invece ha spiegato che questo scambio di opinioni è edificante perché è gratis e che guadagnarsi una relazione umana è sicuramente un investimento sociale.
Intanto la ringrazio.
L’entusiasmo dettato dalla sua passione (e da un delirio ermeneutico??) mi fa tenerezza, prima di tutto perché lo sento sincero e spontaneo.
Il libro è merce, la cultura no. Sagge parole, ma che ne facciamo in concreto? Provi a creare cultura senza mezzi. Creare plusvalore senza produrre valore. Ricchezza dal nulla. Se ci riesce, la chiamerò per chiara fama. Mi piacerebbe averla nel mio governo come ministro per l’economia nazionale, l’agricoltura e le foreste, l’Africa italiana, le colonie e la cultura popolare. Vuole anche la delega per la stampa e la propaganda?
Mi scusi per i toni ridanciani, ma non capisco se siamo circondati dalla stessa realtà.
Sarò serio. Il mio mondo è entrato in un’epoca post-morale, senza argini etici. I miei cittadini non rispettano le leggi, non vogliono pagare le tasse, non accettano la democrazia fiscale che per me è il primo presupposto della democrazia politica. E in più la democrazia muore per incompetenza della mia classe politica ancorata solo a tattiche di sopravvivenza personale, quella classe politica che mi ritrovo tra i piedi perché la sovranità popolare dura solo il tempo di compilare una scheda elettorale (il popolo non è interessato a partecipare più di così). Le classi dirigenti non sanno resistere al pensiero unico del profitto. Frange conservatrici e razziste hanno inventato la “sindrome dell’invasione” grazie a giornalisti mercenari che assurti al ruolo di educatori hanno consapevolmente costruito l’immagine dell’immigrato come un nemico da combattere. Ho problemi di inquinamento e di rifornimento energetico.
Il suo mondo è una bolla speculativa tutta personale, un elogio della leggerezza che non tiene conto di nulla e non ha nessuna spendibilità politica. (Frequenta ultimamente qualche amico a Fiume che le sta insegnando a fare il volo d’angelo? Attento alle cattive compagnie!)
E non capisco se la sua è ingenuità o è la formula della felicità del superuomo nietzschiano.
È per altro divertente parlare gratis con lei (veramente è convinto che il privilegio di passare tempo libero al computer sia universalmente gratuito?), ma lei dal suo mondo impermeabile e adiabatico come può pensare di riuscire a cambiare il mio?
Lo so che la vita è stupefacente, che nulla avviene mai nel modo in cui ci si immagina dovrebbe andare. E so che è nel silenzio dei pensieri che è veramente dato rendersene conto nel modo più chiaro, ma è proprio nell’utopia delle idee che tutto il nostro sistema filosofico se ne va in pezzi, “nell’egemonia priva di significato dell’involontario”, come diceva Kit pensando all’assurdo destino che si era scelta nel deserto del Sahara.
Io però devo tener conto dei rapporti di forza. Se voglio mettere in moto processi di cambiamento, devo avere la capacità di rovesciare i punti chiave, i cardini ai quali si saldano i centri di potere, altrimenti qualsiasi mio passo è inutile o, peggio, può ritorcersi contro.
Le polemiche, Editore, servono a qualcosa?
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scipioni
Leporello dice che senza sovvenzioni per tutti l'editoria sarebbe monopolio di pochi danarosi; con l'intervento di Facta la critica si è fatta più serrata. Non so chi si nasconda dietro lo pseudonimo di Facta ma poichè nomina sunt consequentia rerum, mi pare di dover riconoscere nei rimproveri mossimi un pregiudizio sinistro. Chi era Facta? Il Presidente del Consiglio dei Ministri che nell'ottobre del 1922 aveva disposto l'arresto dell'onorevole Mussolini reo di avere organizzato, in segno di protesta, una marcia su Roma alla testa di ventimila scalmanati. Il Re Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il provvedimento d'arresto. Fece bene? Fece male? Lo pseudoFacta sembra propendere per la seconda ipotesi. A questo punto sarebbe interessante conoscere le sue ragioni. Sono le ragioni della democrazia?
Mio stimato interlocutore, per tornare alle tue stringenti, seppur garbate contestazioni, vorrei puntualizzare che non intendo "l'abolizione dei finanziamenti all'editoria" come l'unica cosa da fare. Non l'ho mai detto. Trattasi solo di un'opportuna premessa per dare il giusto valore ai soldi e alla cultura. Con i soldi si possono comprare i libri e i giornali, ma non la cultura. Le cellule cerebrali non si coltivano, infatti, con gli euro. Il nostro cervello si nutre di passioni, di emozioni, di conquiste coinvolgenti, in nome di un qualcosa in cui credere e sperare.
Ciò da cui traggo godimento è il confronto, la comunicazione, il dialogo. L'idea che con i soldi si possa comunicare conoscenza è un insulto alla fame di sapere.
Che cosa facciamo in questo momento tu ed io? Chi ce l'ha ordinato di dialogare così civicamente su opinioni contrastanti? C'è qualcuno che paga con moneta sonante per risarcirci del tempo "perduto"? In parole povere, le Istituzioni, se non versare soldi, cosa potrebbero fare? Credo che tutti saremmo contenti di conoscere, attraverso testimonianze dirette, le speranze, le idee, i dubbi, le angosce, le fantasie di coloro che ci rappresentano. Ci parlino dei libri che stanno leggendo e quali emozioni riescono a suscitare in loro. Ci piacerebbe conoscere "l'uomo" che si nasconde dietro il politico. ( Ti sei mai chiesto chi sono i politici più amati dagli italiani? Veltroni e Berlusconi, uomini capaci di creare consenso intorno a loro esternando una parte della loro "umanità" ).
E' facile attingere alla cassa comune e accontentare cosi, destra e manca. Un modo sconveniente per tacitare una coscienza colpevole di non essere il faro che illumina il cammino del cittadino.
Mi riprometto di toccare in seguito gli altri punti.
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Osservatore
Quanto mi piace l'intervento di Facta! Ma chi sei? Voglio vedere che cosa risponderà Scipioni. Ch' aspetta questo liberista a giorni alterni a rispondere?!
Questo messaggio è di
Facta
Il finanziamento pubblico ai giornali dovrebbe garantire libertà all’informazione. “Non basta l’intelligenza per agire intelligentemente” (Dostoevskij), non bastano i soldi per garantire la libertà di stampa, non basta l’inculturazione per avere la consapevolezza.
Libero non merita il contributo pubblico non perché è di parte, ma perché è becero. Il Resto del Carlino idem. Le testate che “urlano”, che stimolano solo gli istinti più bassi, producono merce, non cultura.
Il modello industriale e capitalista trasforma tutto in merce, anche quello che merce non è, cultura e lavoro compresi.
Gli editori sono anche titolari di industrie, di banche, di mattoni e di partiti. Si muovono nell’informazione come i padroni delle ferriere o dei terminali portuali: minacciano e ricattano i lavoratori, li mettono gli uni contro gli altri, costringono i più deboli a fare i crumiri per sterilizzare la lotta dei più forti, è dumping sociale. (Le cinque giornate di sciopero dei giornalisti, non ci dicono nulla?)
Editore, mi passi la franchezza, non sia strabico nel suo modo di pensare. Non invochi il liberismo quando le fa comodo e non lo biasimi quando le fa altrettanto comodo.
Se la cultura rischia di non poter sopravvivere se lasciata alle logiche di profitto dell’iniziativa privata, perché non accettare il costo di sostenerla pubblicamente? Perché a priori è così deplorevole dare soldi a chi fa informazione? Le cifre che indica non sono vertiginose se confrontate con gli stanziamenti a favore di altri settori.
Piuttosto sarebbe meglio discutere su come distribuire i finanziamenti. Il criterio del contributo a pioggia, bislaccamente oggettivo e male utilizzato, generalizza il consenso e non valuta la qualità dell’informazione. I partiti e i gruppi di potere camuffati da cooperativa si smaschererebbero in fretta, se seriamente lo si volesse.
Solo nella Repubblica di Platone possono esistere - e non essere irraggiungibili - criteri oggettivi di finanziamento pubblico per gli editori? Criteri non solo deontologici, e in grado di giudicare la qualità dell’informazione?
I giornali si leggono sempre meno. Dobbiamo concludere che sono sempre più inutili? I giornali beceri reggono meglio di quelli che “favoriscono il pensiero”, ahimè. Si leggono meno non perché meno liberi, ma perché non rappresentano più un medium in linea con i tempi.
Ma se …“la cultura è un bene, un valore sommo”, ha una funzione civile (e produce occupazione), possibile che dopo le polemiche di rito, dopo aver strigliato gli editori - incapaci di fare il loro lavoro, dopo averli intimoriti con la prospettiva di un inferno dedicato, dopo aver sperato vivamente che cambiassero tutti mestiere, l’unica cosa concreta che ritiene utile fare sia quella di abolire i finanziamenti? E se il fine giustifica i mezzi, qual è realmente il suo fine? “Nutro fiducia” nel trovare presto una risposta. Dall’editore, da tutti.
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Avvertimento per aspiranti editori, vademecum per vogliosi
scrittori
CHE
EDITORE SEI?
Ci
sono quelli che vogliono cambiare il mondo (buoni esempi nel
dopoguerra: Savelli, Mazzotta, Guaraldi, Massari...). Fossili
onorandi.
Sono i donchisciotte dell'editoria.
Ci sono quelli che vogliono portare Dio nel mondo. Si spiega così
il proliferare delle case editrici religiose. Un esempio insigne
ci viene da don Giussani, scomparso recentemente, con Comunione e
Liberazione (Jaca book), da don Alberione con le Edizioni Paoline.
Se il Dio che si vuole riportare nel mondo è quello di Vojtyla,
l'impresa è agevolata. Bastano già le strutture e le librerie
canoniche esistenti per vivere o sopravvivere.
Sono gli apostoli dell'editoria.
Ci sono quelli che vogliono lasciare il mondo com'è. Per questo si
affannano. Per questo Berlusconi possiede il 60% dell'editoria
italiana.
I "sinistri" che si mettono a rapporto con Mondadori per farsi
pubblicare andrebbero considerati come il gatto e la volpe che
cercano, insieme, di gabbare il povero Pinocchio.
Sono i mafiosi dell'editoria.
Ci sono quelli che una volta volevano cambiare il mondo, ma il
mondo ha cambiato loro. Continuano a tenere in mano una pistola e,
benché tutti sanno che è un giocattolo, ancora fanno finta di
sparare (Feltrinelli docet).
Sono i nostalgici dell'editoria.
Ci sono quelli che si sono imposti l'imperativo categorico di
"fare cultura". Fin dai titoli del loro catalogo si scopre il
nobile intento. Se non ci fossero, questi editori, bisognerebbe
inventarli. Seduti alla loro scrivania, meditabondi e concentrati,
in permanente inseguimento della "eterogenesi dei fini", cercano
di mettere a frutto tutte le "astuzie della ragione" discettando
sull'estetica di Baumgarten, di Kant, Hegel... . Il dramma è che
il volgo non sa che farsene della loro cultura. E' disposto ad
accettare, tutt'al più, quella delle Lecciso.
Sono i mastini dell'editoria.
Ci sono poi quelli che hanno scoperto che si può fare l'editore
con i contributi elargiti dagli Enti, dallo Stato e dagli
aspiranti scrittori.
I loro libri rimangono seppelliti negli scantinati fino al giorno
della liberazione quando verranno stritolati della mola del
macero. Allora soltanto riacquisteranno la dignità della carta
pulita. Questi sono un esercito.
Sono i parassiti dell'editoria.
E infine ci sono quelli che pensano di arricchirsi facendo gli
editori. De insipientibus non disputandum.
Sono i fessi dell'editoria
In fondo in fondo, ci sono quelli come me (non lasciatemi solo!),
che fanno l'editore per divertirsi e divertire. Anche costoro si
occupano di "estetica", certo non quella di Baumgarten... non
disdegnando, però, quella "della scorreggia" di Toni Siluro
Ventilatio.
Felice Scipioni
i romanzi divorati in poche ore:
le
sveltine
le letture in autobus:
le
pomiciate
nel bagno dell'ufficio
le letture alle fermate del tram:
i
baci rubati
i libri letti velocemente in libreria:
le
eiaculazioni precoci
le letture tranquille nella propria
biblioteca:
gli
amori
coniugali
le letture nelle pubbliche biblioteche:
i
tradimenti
con partners avvenenti
i libri adocchiati e non comprati:
le
occasioni perdute