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La nuova intervista all'editore Scipioni a cura di
Paola Di Giampaolo

della redazione di Alice.it

 

 
  Intervista di Raffaele Calafiore a Felice Scipioni:
un editore, un bibliofilo, un biblomane.

 

  La libridine di Felice Scipioni, l'editore del Giardino di Epicuro.
 

  365 Giorni in Fiera
L'intervista all'editore
Scipioni

 


 

 


Prima di addormentarsi Montanelli trasferiva due volumetti della collana "Curiosità del Giardino di Epicuro" dalla scrivania al comodino da notte...
 
 
 


Giardini di Castel Sant'Angelo
22 Luglio 2008 - ore 21,00

Incontro con Giuseppe Moscatelli
Paolo III Farnese

Un papa casa e chiesa



Paolo III in una nota dell’editore Scipioni.

Cellere e Canino, due paesi della Maremma. Cellere ha dato i natali a Tiburzi, Canino a Paolo III Farnese. Tiburzi un brigante, Paolo III un brigante e mezzo.
Tiburzi è stato in galera per non aver impedito che alcune pecore del gregge da lui custodito, sconfinassero nel campo del marchese Guglielmi.
Alessandro Farnese, pure, è stato in galera. A mettercelo, nella fortezza di Castel Sant’Angelo, è stata la madre, perché non ne poteva più delle angherie, dei soprusi e delle percosse del figlio.
Tiburzi proveniva da una famiglia di braccianti, mentre Alessandro discendeva da una famiglia di brancaleoni al soldo di prepotenti signorotti. Sarebbero rimasti anonimi capitani di ventura se il sessantenne cardinale Rodrigo Borgia non avesse posto gli occhi sensuali e torbidi sulla precoce quattordicenne Giulia, la sorella del debosciato Alessandro. Siamo nel 1488, e quattro anni dopo il Borgia diventa papa col nome di Alessandro VI. Nel primo concistoro il Farnese diventa il cardinal fregnese. Dopo quarant’anni (1534) è papa sul soglio di Pietro. Per vent’anni aveva retto la diocesi di Montefiascone.
Nel 1996, centenario della morte di Tiburzi, un gruppo di cittadini montatesi, guidati dal compianto galantuomo Aldo Morelli promosse provocatoriamente la titolazione di una piazza alla memoria del brigante Tiburzi. Non ci riuscirono.
L’impresa riuscì invece nel secondo dopoguerra all’amministrazione di Canino che volle dedicare la scuola media al “suo” papa, vincendo le aspre resistenze dell’allora presidente della Provincia, senatore Leto Morvidi che avrebbe preferito il latinista Concetto Marchesi.

Paolo III come il Berlusconi del Rinascimento.
Dio Patria e Famiglia: il motto di Berlusconi. Casa e Chiesa. Tutti e due "tengono" famiglia, che assorbe e ingloba Dio Patria e Chiesa. Come Berlusconi fonde e confonde Palazzo Grazioli, residenza privata, e Palazzo Chigi, sede del Governo, così Paolo III aveva fatto di Palazzo Farnese e San Pietro un' unica potestas.

Possiamo rimanere credenti, continuare a far parte dell' Ecclesìa quando sono corifei di Gesù Cristo personaggi inquietanti come Paolo III, che hanno fatto strazio del messaggio evangelico? Quando quel Dio Uno e Trino si trasforma in Dio Quattrino?
Anche se è comprensibile l'indignazione per ministri della Chiesa che conducono vita dissoluta e blasfema, Dio resta intatto. Potere,Gloria e Amore del Sommo Bene non possono essere scalfiti dalle umane vicende. Il male c'è ma Dio non fa il netturbino né il giustiziere. Gli uomini proseguono il loro cammino. Il mondo riceve impulso autonomo da quando il primordiale big ban, scintilla di Dio,. ha dato vita all'universo. Indursi a vedere Dio ad ogni piè sospinto nella storia , sarebbe come volergli attribuire il ruolo del burattinaio. Ma Dio non gioca a dadi, aveva detto Einstein.
Non è logico pensare che Dio e i Santi debbano manifestarsi per scongiurare una catastrofe, per compiere miracoli di ogni genere, per soddisfare i nostri bisogni, per risolvere i nostri problemi, per sollevarci da un dolore o per farci vincere una lotteria, .... Insomma che questi papi si chiamino Alessandro, Paolo, Giulio, poco può importare al credente. Il voler ricercare ad ogni costo le epifanie del divino nella nostra quotidianità, dimostra solo la difficoltà di credere in un Dio che non si vede. Ma questa è la fede.
Dice un teologo della liberazione, Juan Luis Herrero del Pozo: Se mi cancellassero dalla collina vaticana tutti gli edifici, la basilica, i giardini, le piazze, i musei, i dicasteri, le biblioteche, le encicliche, il papa, i cardinali e i monsignori, apparirebbe allora salda e granitica la rocca di Gesù Cristo.
Carlo Carretto, già presidente dell’Azione Cattolica Italiana, per salvarsi dalle gerarchie ecclesiastiche e dagli uomini politici italiani degli anni ’60, fu costretto a farsi piccolo fratello di Gesù, trascorrendo la vita in romitaggi nel deserto del Sahara e poi eremita sulle colline di Spello.
Nel suo testamento spirituale ha lasciato detto: la chiesa alla quale appartengo mi fa schifo, quando penso ai suoi delitti vorrei distruggerla, cancellarla. Ma non posso, è la mia chiesa, è la mia comunità, è la mia madre.
In conclusione, Paolo III, le sue azioni e il suo ateismo, non compromettono la nostra fede.
Criticare un papa non è un oltraggio a Dio.
Paolo di Tarso nella lettera ai Galati parla del suo scontro con Pietro, ritenuto primo papa. “Mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto.”

Paolo III è stato anche un papa ateo.
Ce lo rivela un suo confidente, l’ambasciatore di Spagna presso lo Stato della Chiesa, Diego Urtado de Mendoza:
“Spingeva la sua irriverenza fino al punto di affermare che Cristo non era altro che il Sole o Giove Ammone. Spingeva le allegorie della incarnazione e della resurrezione raffrontando in parallelo Cristo e Mitra. Diceva ancora che l’adorazione dei Magi non era altro che la cerimonia nella quale i preti di Zarathustra offrivano al loro dio oro incenso e mirra. Spiegava che Mitra e Gesù erano la stessa cosa. Per lui Cristo non era mai esistito.
Diceva che Mitra, come Cristo, nacque da una vergine, in una grotta. Ebbe dodici discepoli, fu sepolto in una tomba e risorse dopo tre giorni. Che il giorno sacro per Mitra era la domenica.
La vita e le opere di Paolo III, tutte all’insegna della cupidigia, del potere, del denaro, confermano la testimonianza dell’ambasciatore di Spagna.
Da Paolo III in poi i soldi furono chiamati pauli.
A un tal papa i suoi successori hanno dedicato un monumento funebre, dentro la basilica di San Pietro. Ai suoi piedi due donne discinte, una è la madre, l’altra forse è la sorella Giulia, ritratta nuda, artefice della sua fortuna.

Si è parlato di un intervento di Paolo III in favore degli schiavi d’America.
Il colmo dell'ipocrisia.
È pur vero che nel giugno del 1537 Paolo III emanò un’enciclica dal titolo Sublimis Deus. Ad essa si è rifatto papa Wojtyla nel 1987 in occasione del suo viaggio in Canada. L’enciclica sostiene che le popolazioni indigene del nuovo mondo, non potevano essere private della libertà, minacciando persino di scomunica coloro che avessero trasgredito le disposizioni pontifice.
Sembravano le parole di un profeta: “Indios veros homines esse, nec in servitute redigi debent”. Basta con gli schiavi, tutti uomini liberi. Belle parole. Non aveva fatto i conti con l’imperatore Carlo V. Dopo appena un anno segue una nuova bolla “Non indecens videtur” dove il papa afferma di essere stato ingannato: vogliamo che sia dato per stabilito che con l’autorità apostolica cassiamo, cancelliamo ed annulliamo quanto contenuto nella precedente bolla Sublimis Deus e vogliamo che ogni singola parola sia data per cassata e annullata.
È il trionfo della menzogna e dell’oltraggio sfacciato. E' un giocare con le vite umane degli schiavi. La libertà per loro dovrà rimanere lettera morta fino all’Ottocento. Altro che scomunica.


 


 

LETTO E MOSCHETTO
amori passioni ipocrisie
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